Protocollo di Kyoto e meccanismi flessibili

Dalla fine del 1970 si iniziò a studiare il progressivo assottigliamento dello strato d’ozono (O3), in presenza dei poli, filtro dei raggi ultra-violetti; successivamente nel 1987 venne firmato il protocollo di Montreal, un trattato che internazionale volto a ridurre l’uso e la produzione di tutte quelle sostanze dannose per l’ozono. Nella seguente immagine si può vedere come lo strato di ozono sia diminuito nel corso degli anni 1996 -2012:

Figura 1. Variazione dell'ozono 1996 - 2012 [fonte: European Space Agency]

Figura 1. Variazione dell’ozono 1996 – 2012 [fonte: European Space Agency]

L’11 dicembre 1997 nella città giapponese di Kyoto, in occasione della terza Conferenza delle Parti (COP3) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), 180 paesi hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto. Il trattato prevedeva l’obbligo per i Paesi industrializzati di ridurre le emissioni di gas serra (biossido di carbonio, metano, ossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi, esafluoruro di zolfo) in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 — considerato come anno di riferimento — nel periodo 2008-2012. Però, perché il trattato potesse entrare in vigore, si richiedeva che fosse ratificato da non meno di 55 nazioni firmatarie e che le nazioni che lo avessero ratificato producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti, per questo motivo il Protocollo di Kyoto è potuto entrare in vigore solo nel 2004 quando aderì anche la Russia.

Le emissioni di CO2 impattano negativamente, come ormai è risaputo, sul nostro clima. Per dare un’idea dei volumi di emissioni che sono in gioco e dell’andamento di questo fenomeno nel corso degli anni si riporta questa esplicativa immagine:

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Figura 1. Emissioni di C02 1990 -2013 [fonte: Trends in CO2 global emission- Report 2012]

Il Protocollo di Kyoto costituisce il primo accordo multilaterale verso la realizzazione di strumenti concreti per la riduzione delle emissioni dei gas serra nell’atmosfera ad un livello che prevenga dannose interferenza antropiche con il sistema climatico. Tale Protocollo non deve considerarsi come un punto di arrivo ma come un inizio di politica negoziata e concertata per la risoluzione di problematiche ambientali che per la loro stessa natura sono di rilievo mondiale ed interdisciplinare.

Il Protocollo di Kyoto ha lo scopo di far diminuire le emissioni di gas a effetto serra in ciascun paese grazie a misure e politiche adeguate (come la produzione di elettricità da fonti rinnovabili, l’emanazione di norme di isolamento termico delle abitazioni, la promozione del trasporto pubblico, ecc…). Il rispetto degli impegni di Kyoto si avvale anche dei cosiddetti meccanismi di flessibilità, che permettono ai paesi di rispettare gli obiettivi di riduzione nel modo economicamente più conveniente. I tre meccanismi sono:

  • Joint Implementation (JI): l’implementazione congiunta, che permette a un paese di investire in progetti per la riduzione di emissioni in un altro paese industrializzato, beneficiando di quote di emissione supplementari
  • Clean Development Mechanism (CDM): il meccanismo per uno sviluppo pulito che permette di investire in progetti per la riduzione delle emissioni nei paesi in via di sviluppo, ottenendo crediti di emissioni supplementari
  • Emissions Trading (ET): il sistema di scambio dei diritti di emissione che permette di commerciare tali crediti per adempiere agli obblighi di riduzione. L’elemento della compravendita è stato introdotto in questo sistema per il limitare al minimo il costo della riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

Un’efficace applicazione del Protocollo di Kyoto presuppone un coinvolgimento attivo non solo dei Paesi industrializzati, ma anche dei Paesi caratterizzati da una rapida industrializzazione e di quelli in via di sviluppo. Questi Stati infatti, sebbene nel 1997 fossero responsabili di una bassa quota delle emissioni globali, stanno ora diventando i maggiori emittenti di gas a effetto serra, senza contare che gli Stati Uniti d’America non hanno sottoscritto il Protocollo, scegliendo invece una strada basata su accordi bilaterali e volontari.

E’ interessante osservare, infatti, il confronto tra gli andamenti delle emissioni tra l’Europa e la Cina negli ultimi anni:

confronto europa CINA

Figura 2. Emissioni di C02 1990 -2013 [fonte: Elaborazioni FIRE su dati del Trends in CO2 global emission- Report 2012]